Fringe Festival villa Mercede Galleria E

oritos presenta

LO SCORPIONE BIANCO

atto unico di Daniel Fermani

liberamente ispirato alla Medea di Euripide

con Laura Sales e Luca Di Carlo

regia di Daniel Fermani

Uno dei personaggi mitologici più complessi, seducenti, intrisi di tormenti psicologici e sofferenza, quello di Medea. Questo probabilmente il motivo del suo fascino ineffabile, che ha condotto innumerevoli artisti ad immortalare i devastanti accadimenti del suo vissuto di donna in opere teatrali, musicali, letterarie, cinematografiche e pittoriche; tra i più celebri potremmo ad esempio rammentare Euripide, Ovidio, Seneca, Corrado Alvaro, Luigi Cherubini, Jean-Philippe Rameau, Eugène Delacroix, Gustave Moreau, Pier Paolo Pasolini e Lars von Trier, tutti irresistibilmente attirati nelle spire ammalianti di questa torbida creatura magica, annientata dal tradimento d’amore del suo sposo Giasone.

Le vicende, legate all’archetipico racconto degli Argonauti alla ricerca del Vello d’oro, sono universalmente conosciute: Medea, figlia di Eete re della Colchide, si innamora perdutamente del condottiero Giasone e pur di aiutarlo nella sua impresa arriva a macchiarsi dell’assassinio del proprio fratello Apsirto, le cui membra vengono gettate dalla nave Argo in modo tale che il sovrano, impegnato nell’atroce raccolta delle spoglie mortali del figlio, consenta loro la fuga a Corinto dove si uniscono in matrimonio. Trascorsi dieci anni il re Creonte offre però a Giasone la possibilità di divenire suo erede nella successione al trono, a patto che sposi la principessa Glauce; Giasone, accecato dalla bramosia di potere e dall’incantevole bellezza della promessa sposa, ripudia immantinente Medea, cieco dinanzi alla sua disperazione, non curandosi neppure minimamente della serenità dei due figlioletti, Mermo e Fere, che la coppia ha nel frattempo generato. La vendetta di Medea, di fronte a questo scempio atroce dei suoi sentimenti e dell’idillio familiare che aveva costruito con Giasone rinunciando senza remore al suo passato, sarà di una crudeltà selvaggia, la sua mano verrà animata dalla furia ferina della pazzia che si è ormai impadronita del suo spirito: invia in dono alla promessa sposa un sontuoso mantello imbevuto di un veleno fatale che, proprio nel giorno delle nozze infami, ucciderà lei – e il padre Creonte, impegnato nel vano tentativo di soccorrerla – tra spasmi indicibili; non soddisfatta dell’uccisione della rivale, Medea desidererà sottrarre a Giasone ogni spiraglio di speranza nel futuro privandolo della sua discendenza, e per questo la sua mano arriverà ad insozzarsi del più orrido delitto che mente umana possa concepire, quello dei suoi due pargoletti indifesi.

Il testo teatrale di Daniel Fermani si concentra proprio su quest’ultimo nefasto gesto, sull’epilogo del repentino precipitare di Medea nell’abisso della follia, sull’oltraggio del tradimento e dell’abbandono che spinge la donna al desiderio di recidere ogni legame che possa ancora congiungerla al ricordo dell’amato, finanche arrivando al brutale martirio di due anime candide ed innocenti. Il monologo colloca le vicende in uno spazio volutamente atemporale, quasi a voler sottolineare l’epica modernità della tragedia rappresentata, ricollegandola a tanti, troppi episodi di cronaca che affollano morbosamente le pagine dei quotidiani, e non inchiodandola ad un passato remoto, mitico, ancestrale che avrebbe potuto farne smarrire la dirompente forza espressiva e capacità di suggestione. Il linguaggio è semplice, privo di orpelli o auliche ricercatezze, asciutto, essenziale, contundente ed acuto: scelta stilistica che consente di veicolare il messaggio con nettezza, in modo diretto e possente, parlando senza filtri all’interiorità dello spettatore.

Nell’oscurità claustrofobica dello spazio spoglio del teatro, privo di ogni concessione decorativo-scenografica, un rettangolo disegnato con lumini cimiteriali irradianti una flebile luce scarlatta viene a costituire l’angusto recinto che delimita i movimenti dei due interpreti in scena. A Laura Sales il compito di esprimere con la parola il delirio pulsante della maga ripudiata, in un crescendo recitativo di notevolissima intensità che l’attrice riesce a gestire con ricercato equilibrio tra soverchiante pathos e lucidissima descrizione dello stato emotivo attraversato dal personaggio, nella sua continua alternanza tra pervicace ancoramento alla realtà per sfuggire all’inferno della pazzia e desiderio di dimenticare tutto, l’amore, il tradimento, l’intollerabile crimine da lei commesso uccidendo i propri stessi figli. Ad accompagnare il monologo la presenza muta ma fondamentale di Luca Di Carlo, che ne equilibra le dinamiche con l’energia silenziosa del movimento corporeo, subendo una progressiva metamorfosi che lo tramuta dall’efferato carnefice Giasone nella protettiva balia, spettatrice dell’assassinio, che accoglierà il lamento, la sofferenza di Medea dopo che l’atroce scure del pentimento si sarà abbattuta sul suo animo già martoriato. Estremamente suggestivo il dialogo tra i due interpreti, apparentemente inesistente ma in realtà giocato su un’intesa di chiaroscuri, contrappesi, sguardi che lo rende ben più prezioso di una più classica e comune interazione dialogica. Crudo, lacerante e decisamente incisivo l’unico momento in cui i corpi dei due performer si scontrano in una lotta che simboleggia ottimamente il drammatico conflitto interiore che si annida nelle viscere della protagonista di quest’opera declinata decisamente al femminile, caratteristica ricorrente nei testi di Fermani, interprete particolarmente sensibile e raffinato della donna in tutte le sue caleidoscopiche sfaccettature.

Un lavoro teatrale di grandissimo pregio che speriamo di rivedere al più presto in scena e che vi consigliamo caldamente di non lasciarvi sfuggire. In conclusione un’ultima curiosità, il medesimo testo sarà a breve rappresentato da Fermani in Argentina affidandolo ad un’attrice anziana, dall’impostazione naturalista e quasi totalmente cieca, la sua prima insegnante di teatro; è altresì previsto in futuro un confronto, sicuramente di notevole interesse, tra le due versioni di questa che l’autore definisce “un’opera sulla grande malvagità delle donne”.